Quale eredità lascia Mario Draghi

del 31.10.2019

Mario Draghi lascia la Banca centrale europea dopo otto anni di mandato. Così come convinse i politici a varare l’Unione bancaria, ora sembra avere aperto una crepa in materia di politica fiscale. A Christine Lagarde il compito di sfruttarla. Per gentile concessione di Lavoce.info vi presentiamo la riflessione dell'economista Marco Onado.

I risultati di politica monetaria

Non c’è dubbio che Mario Draghi abbia salvato l’euro sette anni fa. Ma l’intervento straordinario seguito al famoso “whatever it takes” avviene dopo aver convinto la politica europea a realizzare l’Unione bancaria. Non a caso, il discorso fu pronunciato dopo che il Consiglio europeo aveva preso un impegno credibile. La debolezza dell’economia europea (ora anche mondiale) ha richiesto che gli interventi straordinari fossero prolungati e addirittura intensificati, suscitando malumori sempre più diffusi ed espliciti all’interno della Banca centrale europea. La motivazione è che la politica monetaria eterodossa ha portato i tassi di interesse a livelli così bassi da creare pesanti effetti collaterali, soprattutto perché ha ulteriormente compresso la già bassa redditività di banche e assicurazioni.

Ma questo non è colpa di Draghi, quanto dei politici che hanno fatto orecchie da mercante alle sue sollecitazioni sulle riforme strutturali, in particolare in materia di politica fiscale, necessarie per rilanciare l’economia europea. La stessa Unione bancaria è ancora priva del terzo pilastro, cioè l’assicurazione sovranazionale dei depositi.

Del resto, Draghi è un economista troppo fine (e non dimentica mai di aver studiato con Federico Caffè) per essersi illuso un solo momento in questi anni che le sue misure fossero sufficienti per rivitalizzare di colpo l’economia europea. Fra le anomalie su cui ha sempre richiamato l’attenzione (addirittura quando era ancora governatore della Banca d’Italia), una delle più importanti è la posizione verso l’estero dell’area euro. Fino alla crisi, il saldo consolidato delle partite correnti oscillava intorno allo zero, ma per la somma algebrica di due realtà contrapposte: la Germania in surplus e i paesi periferici in deficit. La definizione di saldo delle partite correnti ci dice che questi ultimi spendevano di più del loro reddito. Il contrario invece per la Germania che ha orgogliosamente e teutonicamente difeso la sua ricetta di crescita fatta di rigore fiscale (il pareggio del bilancio come prova suprema della capacità di “mantenere la casa in ordine”) e potenziamento della capacità di esportazione dell’industria manifatturiera. Oggi invece tutta l’area euro è in surplus (una volta e mezzo il Giappone, per intenderci), perché i paesi periferici sono stati costretti a politiche di fatto deflazionistiche, mentre la Germania non ha mutato rotta. Tutti i paesi dell’Eurozona spendono meno di quello che producono. E al danno si aggiungono le beffe: poiché il reddito in tanti paesi è crollato, come è avvenuto in Italia, il rapporto fra debito pubblico e Pil è aumentato.

I limiti della politica fiscale

Pur nel linguaggio ovattato dei banchieri centrali, Draghi non ha mai mancato occasione per invitare i paesi con capacità di spesa a farlo senza indugio, ottenendo al massimo qualche consenso di facciata, ma mai una svolta nella politica fiscale tedesca. Ma proprio nel giorno del passaggio di poteri, un autorevole economista tedesco ha detto che il pareggio del bilancio è un falso mito e che è necessario un piano di investimenti finanziato prevalentemente sul mercato. La notizia è clamorosa perché l’economista in questione, Christian Kastrop, è considerato il padre putativo della regola del pareggio di bilancio e in particolare dei limiti al debito introdotti proprio allo scoppiare della crisi, quando la Germania fu costretta a spendere centinaia di miliardi di euro per salvare le banche. In pratica, è come se la frase liberatoria su La corazzata Potemkin fosse stata pronunciata non da Fantozzi ma da Sergej Ėjzenštejn.

Folgorato sulla via di Damasco, oggi il nostro invoca una vigorosa politica di investimenti basati sul debito per adeguare la rete di infrastrutture alle esigenze del XXI secolo: strade, reti di telecomunicazioni, tecnologie pubbliche sono considerate largamente carenti e fragili rispetto alla possibile invasione asiatica. Per la semplice ma decisiva ragione che se un paese spende meno del suo reddito per decenni, qualche spesa essenziale finirà per risultare insufficiente e nel caso tedesco si tratta proprio delle spese a cui può provvedere solo il bilancio pubblico, cioè quello dei Länder o quello federale.

Per la verità, negli ultimi mesi le correnti di opinione tedesca favorevoli a una vasta politica di investimenti in infrastrutture si sono rafforzate: si sono schierati alcuni importanti centri di ricerca e la stessa associazione degli industriali. È il segno che nella rocciosa (e masochistica) posizione in materia di spesa pubblica si è aperta una crepa che potrebbe determinare la svolta dell’intera politica fiscale europea che per anni Draghi ha invocato inutilmente. Perché John M. Keynes, lui, l’ha studiato davvero e se è l’unico presidente della Bce a chiudere il mandato avendo deciso solo riduzioni dei tassi, il motivo è che hanno lasciato la politica monetaria a togliere le castagne dal fuoco, mentre quella fiscale produceva solo danni. Come sette anni fa convinse i politici a varare l’Unione bancaria, ora Draghi sembra avere aperto una crepa in materia di politica fiscale che Christine Lagarde, che è anche lei abile politica, dovrà sfruttare.

Foto Associated Press

Ufficio Stampa Confapi Padova
stampa@confapi.padova.it

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